Il nome Pentateuco designa l’insieme dei primi cinque libri della Bibbia: Genesi, Esodo, Levitico, Numeri e Deuteronomio.

Il termine proviene dal greco: è composto da pente, “cinque”, e teuchos, “astuccio”; quest’ultima parola indicava il contenitore cilindrico che custodiva il rotolo in cui consisteva il libro biblico, e passò poi a indicare il contenuto dell’astuccio, cioè il rotolo stesso. Pentateuco significa quindi “libro dei cinque rotoli”.

Nell’ebraismo

Gli ebrei chiamano il Pentateuco תורה, Toràh, che significa “legge”, “insegnamento”, “istruzione”. Talvolta il sostantivo è preceduto dall’articolo determinativo: Hattoràh, “la legge”. Torah è il nome più antico usato per indicare i primi cinque libri della Bibbia

Gli ebrei considerano la Torah il cuore della Scrittura e della rivelazione di Dio al suo popolo.

Con il medesimo termine, Torah, l’ebraismo indica anche la Legge intesa in senso generale. Più precisamente si utilizza la dicitura Torah shebiktav (“La legge che è scritta”) per indicare i cinque libri del Pentateuco o l’insieme dei ventiquattro Libri di quello che l’ebraismo considera l’Antico Testamento (Tanakh), mentre l’espressione Torah shebehalpeh (“torah orale”) indica tutto l’insieme di tradizioni orali codificate successivamente.

Lo studio della Torah, come compendio di istruzioni divine date all’ebreo, è uno dei principali precetti dell’ebraismo.

Per l’ebraismo la Torah è stata dettata direttamente da YHWH a Mosè ed è stata messa per iscritto prima della morte dello stesso Mosè.

I cinque libri

I cinque libri che costituiscono il Pentateuco sono i seguenti:

  • Genesi, abbreviato Gn o Gen; in ebraico בראשית, Bereshit (“In principio”)
  • Esodo, abbreviato Es; in ebraico שמות, Shemot (“Nomi”)
  • Levitico, abbreviato Lev o Lv; in ebraico ויקרא, Vayikra (“Ed egli chiamò”)
  • Numeri, abbreviato Num o Nm; in ebraico במדבר, Bamidbar (“Nel deserto”)
  • Deuteronomio, abbreviato Deut o Dt; in ebraico דברים, Devarim (“Parole”, “Discorsi”)

I nomi ebraici di questi libri sono le parole iniziali del primo versetto dei rispettivi libri.

Ambiente di nascita

Nel corso degli ultimi secoli ci si è chiesti quali sono state le motivazioni di fondo che hanno dato origine al Pentateuco:

  • Alcuni studiosi pensano che esso si sia formato come testo giuridico sottoposto all’approvazione del governo centrale dell’impero persiano, a cui la comunità giudaica era sottomessa; il Pentateuco avrebbe trovato così la sua origine attraverso un'”autorizzazione imperiale”. I Persiani, in realtà, lasciavano ai popoli sottomessi un certo margine di autonomia politica, culturale, religiosa ed economica, in cambio del rispetto dell’autorità centrale e del pagamento delle tasse.
  • Altri ritengono, invece, che il Pentateuco sia sorto come documento interno alla comunità ebraica del post-esilio, che tentava in questo modo di definire la propria identità. Secondo questa ipotesi, il Pentateuco avrebbe avuto lo scopo di indicare le condizioni di appartenenza alla comunità giudaica: legami di sangue, discendenza da Abramo, da Isacco e da Giacobbe; inoltre il Pentateuco avrebbe avuto la funzione di definire i diritti-doveri che spettavano ai membri di quella comunità.
  • Qualche altro studioso tende ad accogliere e unire insieme queste due spiegazioni.

Il materiale pre-esilico

In ogni caso, nel Pentateuco è innegabile l’esistenza di materiali precedenti l’esilio babilonese, anche se si discute se essi potessero già far parte, in quell’epoca più antica, di opere letterarie di ampio respiro.

Materiali pre-esilici si trovano senza dubbio nella storia delle origini, nei racconti patriarcali, nelle narrazioni sull’esodo e sul cammino nel deserto.

Il cosiddetto codice dell’alleanza (Es 20,22-23,33), di origine pre-esilica, contiene materiali che si ritrovano nei codici legislativi orientali del II millennio a.C..

Tutto questo patrimonio letterario precedente è stato però utilizzato in epoca più recente per comporre un’opera organica che doveva costituire il fondamento religioso ed etnico del popolo giudaico che era sopravvissuto, dopo la caduta di Gerusalemme del 587 a.C., al suo tramonto politico.

Paternità e analisi letteraria

Fin dall’antichità la tradizione ebraica, seguita da quella cristiana, ha attribuito il Pentateuco alla paternità di Mosè. Il Talmud ammette che non appartengano a Mosè gli ultimi otto versetti, ossia il racconto della sua morte (Dt 34,5-12), che viene attribuito a Giosuè.

Questo giudizio unanime iniziò a incrinarsi in ambiente ebraico con Ibn Ezra (XII secolo), il quale notò nel testo anacronismi e incongruenze che deponevano a sfavore dell’attribuzione mosaica, e venne poi a crollare del tutto, progressivamente, nei secoli XVI-XVIII, con lo sviluppo dell’esegesi moderna. Agli inizi del XIX secolo l’idea di Mosè autore del Pentateuco era ormai definitivamente abbandonata dagli studiosi.

Oggi è chiaro per tutti che il Pentateuco non può essere frutto di un solo autore e che è quindi un’opera composita. Vari indizi nel testo rendono evidente questa affermazione:

  • nelle parti narrative si trovano racconti in duplice, e in qualche caso, anche triplice versione: due racconti della creazione (Gen 1,1-2,4a; 2,4b-25), due racconti dell’alleanza con Abramo (Gen 15; 17);
  • esistono contraddizioni evidenti: il diluvio durò quaranta giorni e quaranta notti (Gen 7,4.12), oppure un anno intero (Gen 7,6.11; 8,13);
  • vi sono differenze di stile e di vocabolario, la principale delle quali è la diversità dei nomi divini, YHWH o Elohìm, discontinuità narrative e interruzioni di discorso, come ad esempio fra Es 19,25 e Es 20,1.
  • le leggi contenute nel Pentateuco sono presentate spesso in più versioni; vi sono anche leggi attinenti agli stessi argomenti contenenti disposizioni diverse e contraddittorie, e vi sono alcune leggi che correggono altre, come le leggi sugli schiavi (Es 21,2-11; Lev 25,39-55; Dt 15,12-18).

L’analisi letteraria del testo rileva poi la presenza di interventi redazionali:

  • glosse esplicative (Gen 36,1; Es 16,36);
  • inserzioni e aggiunte al testo caratterizzate da determinati segni linguistici: “per la seconda volta” introduce Gen 22,15-18; “ancora” introduce Es 3,15).

Tutto questo rivela un processo di formazione articolato e complesso: su questo gli studiosi moderni sono tutti concordi. Quando però si scende al concreto e si tenta di determinare quale sia stato il cammino della lenta formazione del testo, le risposte sono divergenti.

La teoria documentaria

Nella seconda metà del secolo XIX le diverse ipotesi, che si andavano formulando già da molto tempo, si coagularono nella cosiddetta teoria documentaria o “teoria wellhauseniana”, così detta dallo studioso che ne propose la prima formulazione, Julius Wellhausen (1844-1918). Secondo questa teoria, il Pentateuco sarebbe il risultato della compilazione e della fusione di documenti sorti in periodi e ambienti diversi. Una parte del materiale contenuto in questi documenti sarebbe circolato dapprima sotto forma di tradizioni orali.

  • Il più antico sarebbe il documento jahwista (sigla J), caratterizzato dall’uso del nome divino YHWH. Sorse nel X secolo a.C., all’epoca del regno di salomonica, negli ambienti della corte di Gerusalemme, e avrebbe un punto di vista filomonarchico.Questa tradizione racconta la storia delle origini, dalla Creazione fino alla morte di Mosé, e sottolinea il rifiuto dell’uomo di fronte alla Parola di Dio (Gen 3), la violenza annidata nel cuore dell’uomo (Gen 4), la pazienza e la benevolenza di Dio mediata dalla persona di Noè e dai suoi discendenti (Gen 6-8). Ha uno stile pittoresco e narra delle storie: i figli di Noè (Gen 9,18-27); la torre di Babele (Gen 11); parla di Dio in modo antropomorfico (Gen 3,8; 7,16; 18,2).
  • Il documento elohista (sigla E), caratterizzato dall’uso del nome divino Elohìm, “Dio”; proverrebbe dal regno del Nord e risalirebbe ai secoli IX-VIII a.C.; esso riporterenne molte tradizioni parallele a quelle dello J, ma rifletterebbe l’ambiente profetico del Nord. Dopo la caduta di Samaria (722 a.C.) sarebbe stato combinato insieme al precedente, nel regno di Giuda, forse sotto il re Ezechia, a formare l’opera jehowista (sigla JE).Questa tradizione si trova spesso intrecciata alla tradizione Jahvista, tanto che, a volte, in certi brani, le due tradizioni non si possono separare. Pare che sia proprio a questo strato che si ricolleghi la più antica raccolta legislativa del Pentateuco, nominato anche Codice dell’alleanza (Es 20,22-23,33). Le narrazioni di questa tradizione sottolineano maggiormente la distanza tra Dio e l’uomo. Dio è visto come colui che incute paura, timore; nelle narrazioni intervengono gli angeli, per non attribuire a Dio una figura troppo umana.
  • Al tempo della riforma di Giosia (622 a.C.) sarebbe nata la tradizione deuteronomista (sigla D), contenuta essenzialmente nel Deuteronomio. Il Deuteronomio, nel suo nucleo originario, risalirebbe a un’epoca più antica e avrebbe conosciuto ulteriori ritocchi e aggiunte redazionali in epoca successiva, fondamentalmente al tempo dell’esilio babilonese.Tale tradizione si riconosce per il suo genere letterario fatto di esortazioni, avvertimenti, minacce, promesse, richiami all’obbedienza, precisazioni legislative. Il tutto è poi ricondotto al comandamento centrale dell’amore di Dio (Dt 6,5) e all’osservanza della sua legge, sorgente di gioia e di vita per coloro che la mettono in pratica.
  • Durante l’esilio babilonese sarebbe nato, in ambienti sacerdotali, il documento sacerdotale (sigla P, dal tedesco Priestercodex, “codice sacerdotale”); si tratterebbe di un documento storico-legislativo che contiene anche materiali più antichi e che è stato completato nel post-esilio con testi supplementari.Tale tradizione è la più facilmente identificabile, e farebbe da filo conduttore dell’intero Pentateuco: si estenderebbe dal racconto della Creazione in sette giorni (Gen 1,1-2,4a) fino alla morte di Mosé narrata nel Deuteronomio (34,7-9). Ha uno stile caratteristico particolare: usa ripetizioni, numeri precisi, genealogie, e tutto ciò che fa pensare al culto e ai suoi sacrifici, ai santuari, al clero, rappresentato da Aronne e dai suoi figli.

Nel postesilio, forse all’epoca di Esdra, sarebbe avvenuta la redazione finale di questi quattro documenti, che, fusi insieme in un’opera sola, avrebbero dato origine al Pentateuco nella sua forma attuale.

La critica della teoria documentaria

La teoria documentaria su sottoposta, a partire dal 1970 circa, a diverse critiche. A grandi linee, si negò l’esistenza di una fonte E e si mise in dubbio la fonte J come documento continuo; quest’ultima fonte poi venne datata in un’epoca molto più recente.

Mentre la teoria documentaria si interessava alle origini del Pentateuco, la nuova critica rivolge la sua attenzione soprattutto alla fase della redazione finale. Più che di documenti o di fonti, la nuova critica preferisce parlare di piccole unità letterarie riunite poi in unità maggiori: storia delle origini, racconti patriarcali, uscita dall’Egitto, cammino nel deserto, pericope del Sinai, ecc.; queste unità, un tempo indipendenti l’una dall’altra, sarebbero state riunite insieme in un periodo successivo.

La nuova critica, inoltre, tratta la formazione del Pentateuco in un contesto più ampio, che tenta di spiegare l’origine di tutto il complesso che va da Genesi a 2 Re come una grande opera storiografica.

Fonte: Cathopedia